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Alessandro Botturi: correre per vincere (anche a 50 anni!)
L’endurista italiano più longevo e popolare si racconta a ruota libera: le gare nel deserto, il ritorno delle bicilindriche alla Dakar, il segreto del suo successo… mettetevi comodi, parla “il Bottu”!
La pressa di Lumezzane, il gigante dei Motorally, il pilota che viene dal Rugby: sono tanti i modi in cui è stato descritto Alessandro Botturi, ma nessuno rende l’idea di quanto sia emozionante parlare con lui. Il Bottu trasuda passione ed esperienza: 16 Sei Giorni di Enduro, 7 Dakar, 6 Africa Eco Race e la stessa voglia del primo giorno. Da un lato è il riferimento di Pirelli per lo sviluppo delle gomme da Rally (le Metzeler 6Days Extreme Rally); dall’altro, quello che chiama il team alle 8 del mattino per sapere se la moto è pronta.
Insomma, più che il decano, una vera e propria istituzione dell’off-road. Un pilota che a 50 anni suonati corre per divertirsi, ma anche per vincere ancora; e che vincente lo è davvero, perché quest’anno se non si fossero messe in mezzo la sfortuna e qualche noia meccanica, si sarebbe messo in bacheca nuovi allori.
Gli parliamo alla presentazione della stagione racing di Yamaha, alla vigilia del primo appuntamento col Campionato Italiano Motorally, ma già con qualche rally africano alle spalle.
Ale, partiamo dai grandi Rally di inizio anno: è normale secondo te che le due grandi gare di quest'anno a tappe, la Dakar e l’Africa Eco Rally, si siamo risolte per pochi secondi con un sovvertimento della classifica all'ultima tappa?
Sì, perché adesso i piloti sono veramente bravi in tutto: guida, navigazione, preparazione atletica. Se ripenso alla mia prima Dakar nel 2012, c’erano Coma e Despres che navigavano bene, tutti gli altri gli andavano dietro… Adesso invece ce ne sono almeno 15 che possono vincere una tappa, e la classifica diventa corta.
Non vedi il rischio che diventino manche di Motocross da 6 ore, come si dice spesso?
In parte il ritmo lo decidi tu, in base alla posizione che cerchi. Puoi decidere di andare un po’ più piano per non partire davanti il giorno dopo, o puoi decidere di attaccare. Io penso che la Dakar resti una gara bellissima; certo il ritmo è davvero molto alto, perché adesso la navigazione la fanno bene in tanti e gli organizzatori stanno alzando la difficoltà tecnica. E d’altra parte se sei un pilota “giusto” ti alleni tutto l'anno.
A questo proposito, c’è una lista sempre più lunga di vecchi leoni come te e Jarvis, che a 50 anni suonati non fate i coach ma correte e spesso vi mettete dietro i ventenni. Come si fa?
Un po’ il Rally è un mondo particolare dove forse la parte fisica non è così importante. Però devi comunque tenere il ritmo e la concentrazione per due settimane, riuscire a recuperare bene dopo ogni tappa… non è per niente facile. Ci sono delle somiglianze con l’Enduro Estremo, perché la velocità è importante ma non è tutto e molto nella gara è mentale.
Ma come è cambiata la Dakar, se guardi indietro appunto al tuo esordio nei Rally nel 2012, 15 anni fa?
È cambiata tanto. Le moto erano meno performanti, meno specifiche; adesso le guidi veramente bene. La preparazione dei piloti è molto più scientifica. Sono cambiate le gare, i percorsi. Questo un po’ dappertutto: io ho fatto tante gare anche di Enduro Estremo, a Genova, a Barcellona; ma se guardo a quello che fanno oggi Bolt e Lettenbichler, non sono più gli stessi piloti e le stesse gare. E non parliamo di quanto sono migliorate le gomme! In tutto questo, ho sempre cercato di non sedermi sugli allori, di guardare a quel che facevano gli altri, i ragazzi più giovani che arrivavano, lavorando a testa bassa per migliorarmi.
Hai cambiato la preparazione?
Non più di tanto. Io mi sono sempre allenato tutti i giorni, ma senza esagerare. Ieri sono uscito in mountain bike, oggi vado a pedalare in strada, domani esco in moto. Ho mantenuto lo stile che ho sempre avuto, anche se ovviamente quando correvo nell’Enduro facevo cose un po’ diverse, curavo più la velocità. Nel Rally conta più la resistenza, le gambe forti per guidare tante ore, trovare il feeling giusto per mantenere una speciale di 5-6 ore. Dall’Enduro al Rally è un salto più grande di quanto sembri, è un po’ come per un quattrocentista andare a fare la maratona: il gesto atletico è simile, ma la gestione dello sforzo è completamente diversa.
Parliamo invece della moto della moto, visto che hai lavorato sulla nuova Ténéré 2026: come l'hai trovata?
Tanta roba! Noi “antichi” diciamo tutti che l'elettronica non ci piace, ma l'elettronica è un cambio di passo veramente. Un salto di generazione, come quando è arrivata l’iniezione sui motori 4T: all’inizio ci lamentavamo che andava peggio del carburatore, adesso a ripensarci ti viene da ridere… e col gas elettronico è così, e anche il quickshifter all’Africa Eco Race ha ridotto la fatica. Sono quelle cose di cui “non sapevi di avere bisogno”, come si dice, ma lo capisci in un attimo. Capisci quando la tecnologia è lì per restare.
Ma tu una Dakar con queste moto la vedresti?
Un ritorno delle bicilindriche? Mi sembra difficile. I mono sono arrivati a un livello pauroso, e a essere onesti le quattro e mezzo fanno un altro sport. Del resto sono moto specialissime, KTM la vende a 44.000 euro, la Honda HRC viaggia su quei livelli, Sherco fa un kit costosissimo. La nostra moto non dico che è di serie, ma resta comunque quella, con qualche cavallo in più, le sospensioni migliori e il forcellone un po’ più lungo. Il problema è che anche se le tieni distinte e fai due categorie, vuoi o non vuoi finisci per paragonarle, e se prendi 25 minuti in una tappa la gente dice “Ma cosa fanno?”. Pesiamo 80 kg in più, basta prendere pochi secondi al km e su una tappa africana arrivi in fondo dopo un quarto d’ora. È come se mettessi in una stessa pista nello stesso weekend la MotoGP e la Moto2: gli addetti ai lavori lo sanno e capiscono la differenza, ma la gente vedrebbe solo moto molto più lente di altre.
Certo sarebbe bello rivedere le bicilindriche. Ma sembra che il Motorally non ne risenta.
No, le iscrizioni al campionato italiano quest’anno si sono chiuse in meno di 2 ore: 300 piloti iscritti e 200 rimasti fuori. Io penso che sia giusto così, tenere separate le mono da Dakar e le moto “normali”: è come quando è partita la Superbike, che alla fine ha trovato la sua strada distinta e diversa dalla MotoGP. Ci sono già Aprilia e BMW, stanno arrivando con progetti più o meno ufficiali Honda, Kove, si parla di CFMOTO. So che la ASO sta guardando con interesse, ma secondo me è giusto non mescolare.
È senz’altro uno sport in crescita.
Sì, vedo tanta gente che si era allontanata dall’Enduro e rientra ora nel Motorally, va a fare le gare in Sardegna o in Marocco.
Secondo te perché all'Enduro stanno mettendo i bastoni tra le ruote?
In parte, ma anche perché nell’Enduro il livello è ormai altissimo. L’amatore fatica, andare a fare una gara di Enduro, ma anche solo gli Assoluti o l’italiano Senior, oggi è complicato: è costoso e difficile, devi essere preparatissimo e molto veloce. Nel Motorally l’atmosfera è più rilassata, vedi posti esagerati perché è un giro lungo da 200 km senza che ti trovi a dover affrontare la mulattiera che spinge. Ci trovo anche qualche giovane, chi magari vede che nell’Enduro non va a podio, e sente che questa è un’alternativa, una possibilità in più. Poi chiaro: anche nel Motorally è facile fino a un certo punto, vincere è sempre un’altra storia.
Ma lo vedi come un percorso che può portare un pilota a crescere da zero, come il Motocross o l’Enduro?
Al momento non c’è movimento giovanile, non c’è un campionato regionale, gare propedeutiche. Se vuoi fare Motorally o fai le quattro gare di Campionato Italiano, o non c’è praticamente nulla. Non è come il Minicross o il Minienduro, che sono percorsi progressivi pensati per i giovani. Il Motorally, per come è ora, lo corri se hai almeno un 250 4T. Già col 125 fai fatica.
È una disciplina a cui arrivi tardi.
Sì, ma non è detto che sia un male, specie ad alto livello dove vedi la completezza del pilota. Io ho vissuto il momento in cui nell’Enduro arrivavano i crossisti veri, è stato un cambiamento e una sfida. Gli enduristi da mulattiera hanno dovuto fare i conti con questi che nel fettucciato erano dei mostri, tipo Aubert, e sono diventati piloti più completi. Nei Rally mi pare così oggi, arriva l’ex crossista e arriva l’ex endurista, addirittura dall’Enduro estremo o dal Trial. Prendi Van Beveren, uno che ha vinto 4 volte il Touquet: e il livello al Touquet è altissimo!
E poi c’è da dire che sono moto molto popolari. Ti chiedevo delle bicilindriche perché sono le moto che la gente compra.
Certo, non è una nicchia, è un mondo grande. Se vai a vedere l'immatricolato dei primi di due mesi del 2026, nelle prime 10 moto vendute ci saranno 8 Adventure, forse 9. Il Motorally parla a quel mondo lì, funziona molto anche commercialmente, per le Case. Ti dirò che mi fermano molto di più adesso di quando facevo Enduro, e pure vincevo. L’anno scorso ero in giro con Bernardini e la gente voleva la foto con me e non con lui, uno che si gioca titoli e vittorie di giornata alla Sei Giorni – e lo so io il gas che bisogna dare! Ma gli appassionati che arrivano con il GS o la Benelli guardano ormai ai Rally, non all’Enduro. Il Rally è per tanti versi il futuro della moto…
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