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Tutta mia la città

Redazione
dalla Redazione il 01/03/2020 in Play Different
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Il parkour nasce negli anni 90 a Parigi, come grado zero dello sport metropolitano. Non servono né la bici né lo skate, e non ci vuole nemmeno la musica per ballare. L’unica cosa che conta è andare da un punto a un altro della città nel modo più efficiente possibile, trasformando il paesaggio urbano in una pista con tanto di ostacoli, e il proprio corpo in una macchina dalle prestazioni mozzafiato

Per tutti gli Anni 80 subiamo il fascino delle novità che arrivano da oltreoceano: i graffiti, lo skate, la BMX e la break dance insegnano ai ragazzi, che crescono in città ancora povere di opportunità di esprimersi, ad arrangiarsi con quello che hanno. E a fine decennio un gruppo di amici della banlieue parigina decide di fare a meno di tutto, accontentandosi di quello che si può fare a mani nude: correre, arrampicare, saltare.

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Una breve, lunga storia

L’idea è di David Belle. Suo padre si allenava seguendo un metodo sviluppato da un ufficiale di marina francese di ritorno dall’Africa, chiamato "percorso del combattente". I ragazzi abbreviano il nome in “parkour”. Per molto tempo il parkour resta confinato alle periferie francesi come fenomeno locale, che si trasmette attraverso il passaparola.

Poi, a fine Anni 90, qualcuno si accorge di quei ragazzi che sulle scalinate e sui parapetti fanno cose incredibili: arrivano i film e i documentari, e il parkour diventa un fenomeno globale. Un po’ ginnasti, un po’ ballerini e un po’ freerunner, i traceur, ovvero i praticanti di parkour che tracciano nuove “rotte” nella città, sono in grado di trasformare qualunque elemento del paesaggio urbano in un’occasione di scatenare adrenalina.

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Tracciare nuove rotte

Il bello di questa disciplina è che il contesto in cui ci si muove fa poca differenza: imparando ad adattare il proprio corpo agli ostacoli che ci si trova di fronte, si possono realizzare gesti strepitosi. Il bagaglio tecnico di un buon traceur attinge dalla ginnastica, dalla danza, all’arrampicata e alle arti marziali. Esistono molte scuole ma, in linea con lo spirito libertario del movimento, nessuna federazione.

In queste foto vedete all’opera alcuni dei più bravi traceurs sulla piazza: Dimitris “DK” Kyrsanidis, Jason Paul, Dominic Di Tommaso, Pavel Petkuns. Dai loro nomi è subito evidente come il parkour da tempo non sia più un fenomeno solo francese, ma abbia ormai “contagiato” il mondo intero. L’obiettivo di chi lo pratica è raggiungere la massima efficacia e agilità, muovendosi come felini. La tecnica è ormai sofisticata, le scuole numerose. Di sicuro ce n’è una nella vostra città. Vediamo chi arriva prima?

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Photo by Jaanus Ree, Gustavo Cherro, Daniil Lavrovski, Alexandros Vilaras / Red Bull Content Pool

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